Gli archeologi ritengono di aver individuato in Scozia il luogo di sepoltura di Lilias Adie, che venne accusata di essere una strega e che, dopo la morte in prigione, fu sepolta nel fango e coperta da una pesante pietra piatta. Era convinzione tradizionale, infatti, che le streghe potessero risorgere dalle loro tombe se non costrette a restare sottoterra da una pesante pietra.
Il 29 agosto del 1704, nel piccolo villaggio di Torryburn, ad ovest di Fife, un'anziana donna, Lilias Adie, venne accusata di aver causato la malattia di uno dei suoi vicini, un certo Jean Nelson. Convocata di fronte ai ministri e agli anziani della chiesa di Torryburn, la povera vecchia Lilias, confusa, confessò di essere davvero una strega. Disse dinanzi alle facce truci degli anziani del comitato della chiesa che aveva incontrato il Diavolo in un campo di grano e lo aveva accettato come suo amante e padrone. La donna, terrorizzata, descrisse come lei e il diavolo avevano trascinato molti altri, di cui fece i nomi, in una selvaggia danza pagana. Secondo Lilias, era apparsa una strana luce ultraterrena di colore blu che aveva seguito i ballerini per il campo di grano. I suoi racconti furono ovviamente accettati come prova inconfutabile dei suoi rapporti con il Diavolo. Lilias, secondo i documenti ufficiali, era morta in carcere ed era stata sepolta nel fondale del mare di Torryburn.
Secondo la BBC, Lilias venne sepolta nel profondo del fango tra l'alta marea e la bassa marea ed una lastra in pietra era stata posta sulla parte superiore. Fu un evento piuttosto inusuale, perché alla maggior parte delle streghe non veniva concesso l'onore della sepoltura. Esse venivano semplicemente scaricate nelle fosse.
Può darsi che Lillias si fosse in realtà uccisa, perché fino al 19° secolo, le vittime di suicidio venivano sepolte proprio in questo modo, sulla riva, in terra sconsacrata.
Secondo il folklore locale, i cadaveri delle persone che avevano avuto una "mala morte", come nel caso di suicidi e individui giustiziati, sarebbero tornati dal regno dei morti per tormentare i vivi. La stessa convinzione era applicata alle streghe. Per questo motivo, sulla tomba del defunto veniva collocata un pietra massiccia che potesse impedirgli di lasciare la tomba.
Nel corso del 19° secolo, la tomba di Lilias è stata profanata e parti del suo corpo sono state vendute al mercato dell'antiquariato. Il suo cranio è stato inviato al St. Andrews University Museum. Tuttavia, nel 20° secolo, il suo cranio è scomparso e non è mai più stato recuperato.
I ricercatori hanno cercato di rintracciare il luogo di sepoltura originario di Lilias basandosi sulle descrizioni della zona del 19° secolo.
Durante le indagini, è stata ritrovata una grande lastra di pietra ricoperta di alghe, che corrispondeva alla descrizione del territorio e alle caratteristiche della sepoltura. L'archeologo Douglas Speirs, che ha esaminato e ripulito la tomba, ha confermato che la lastra non è un elemento naturale della spiaggia, ma è stata estratta e deliberatamente messa lì. La lastra presenta una piccola fossetta al centro che potrebbe far pensare ad un anello di ferro per la presa. Ma c'è ancora qualcosa di Lilias lì sotto? In attesa di un completo scavo archeologico che possa portare alla luce quello che resta di Lilias, gli archeologi concordano nell'affermare che questa tomba di essere è l'unica tomba nota di una strega nel suo genere in Scozia.
Raccolta di racconti "cimiteriali": questo blog nasce per raccontare le storie di chi non c'è più. Qualcuno dice che "una cosa vive finché vive l'ultima cosa che la ricorda": mi piace pensare che sia così... Ogni lapide, silenziosamente, ci racconta una storia: sta a noi saperla ascoltare...
giovedì 10 settembre 2015
mercoledì 9 settembre 2015
239. Meg Shelton
In un grazioso sagrato a Woodplumpton, un villaggio non lontano da Preston, nel Lancashire, c'è una misteriosa tomba antica attorno a cui aleggiano molte storie oscure. La lapide è costituita semplicemente da un grande masso, in netto contrasto con le lapidi vittoriane ed edoardiane che lo circondano, che pare segnali la tomba di una strega.
Quando si parla di Lancashire e streghe nella stessa frase, la prima cosa che viene in mente è la tragica storia delle streghe di Pendle, uno dei più famosi casi di isterica caccia alle streghe del 17 ° secolo. Nel 1612, dieci persone, per lo più membri delle due famiglie in lotta che vivevano vicino a Pendle Hill, vennero giustiziate dopo essere state accusate di stregoneria e dopo aver marciato a lungo sulle colline del Lancashire per andare sotto processo al castello di Lancaster. La testimonianza di una bambina di nove anni, Jennet Device, parente degli imputati, contribuì a tramandare la storia delle streghe di Pendle.
Il periodo a cui risale la strana tomba di Woodplumpton non coincide col caso delle streghe di Pendle, ma risale a quasi un secolo più tardi, quando ormai gran parte dell'isteria della caccia alle streghe era andata scemando, anche se le credenze sulle streghe e sulla stregoneria erano ancora presenti.
La tomba in questione è occupata da Meg Shelton, morta nel 1705, come spiegato nella piccola targa messa a corredo della pietra.
E' impossibile sapere esattamente con certezza chi fosse Meg, ma si ritiene che provenisse dal villaggio di Singleton e che poi si stabilì in prossimità di Woodplumpton. Ci sono una serie di storie su di lei, la maggior parte delle quali la vedono rubare cibo o causare guai. In tutti i racconti, però, Meg muore di una morte piuttosto macabra: schiacciata contro un muro da un barile. Si trattò di un incidente, di omicidio, o di una delle sue trame subdole andata storta?
Forse Meg praticava la magia nera, o forse usava le erbe per semplici rimedi vecchio stile. Forse era una criminale. O semplicemente era antipatica ad un membro influente della comunità locale che mise gli altri contro di lei. O forse era solo malata, soffriva di una forma di schizofrenia o di demenza, condizioni che possono portare i malati a comportarsi in modi che gli altri possono trovare spaventosi o strani.
C'è anche chi ipotizza che Meg potesse essere l'amante di un signore locale e che il trattamento speciale riservatole da lui avrebbe potuto causare risentimento nei suoi confronti da parte dei vicini, che, come nel caso delle faide delle streghe di Pendle, l'avrebbero quindi accusata di stregoneria per screditarla.
Ma se Meg era una strega, perché fu sepolta in terra consacrata, così vicino a una chiesa?
Se le storie su Meg sono vere, la sua sepoltura è tutt'altro che usuale. Si dice che dopo la sua morte, scavò per uscire da sottoterra in più di un'occasione e fu per evitare ulteriori fughe che venne messa la grossa pietra sopra alla tomba. Il racconto di Meg che risorge dalla tomba scavando per uscire sembra abbastanza fantasiosa, anche se non è del tutto fuori questione che alcune persone possano aver tentato di riesumare il cadavere o di compiere azioni che potrebbero hanno alimentato le storie sulla fuga di Meg.
Nel corso degli anni, diverse tombe scavate in Europa hanno rivelato che i loro occupanti erano stati sepolti a faccia in giù. Questo genere di sepoltura veniva utilizzata come "atto di punizione", indice del fatto che le azioni di quei morti non erano state accettate dalla comunità. Tuttavia, Meg venne sepolta in terra consacrata. Forse, questa ragazza aveva amici o familiari abbastanza influenti nella comunità locale da far sì che, nonostante la natura irrispettosa della sua sepoltura, venisse comunque sepolta in terra sacra.
La tomba di Meg attira ancora oggi grande attenzione e molti abitanti del posto ricordano ancora le storie locali su di lei. Sulla pietra ci sono spesso dei fiori, forse perché le persone che una volta venivano bollate come streghe e talvolta uccise a causa di questo, vengono invece viste oggi con simpatia, viste semplicemente come vittime dell'intolleranza religiosa o dell'incomprensione di problemi medici o come capri espiatori per le disgrazie occorse alle comunità. Ma a differenza di coloro che hanno accusato Meg di stregoneria e di coloro che le hanno dato una sepoltura dignitosa, il nome di Meg Shelton lo conosciamo ancora oggi.
Quando si parla di Lancashire e streghe nella stessa frase, la prima cosa che viene in mente è la tragica storia delle streghe di Pendle, uno dei più famosi casi di isterica caccia alle streghe del 17 ° secolo. Nel 1612, dieci persone, per lo più membri delle due famiglie in lotta che vivevano vicino a Pendle Hill, vennero giustiziate dopo essere state accusate di stregoneria e dopo aver marciato a lungo sulle colline del Lancashire per andare sotto processo al castello di Lancaster. La testimonianza di una bambina di nove anni, Jennet Device, parente degli imputati, contribuì a tramandare la storia delle streghe di Pendle.
Il periodo a cui risale la strana tomba di Woodplumpton non coincide col caso delle streghe di Pendle, ma risale a quasi un secolo più tardi, quando ormai gran parte dell'isteria della caccia alle streghe era andata scemando, anche se le credenze sulle streghe e sulla stregoneria erano ancora presenti.
La tomba in questione è occupata da Meg Shelton, morta nel 1705, come spiegato nella piccola targa messa a corredo della pietra.
E' impossibile sapere esattamente con certezza chi fosse Meg, ma si ritiene che provenisse dal villaggio di Singleton e che poi si stabilì in prossimità di Woodplumpton. Ci sono una serie di storie su di lei, la maggior parte delle quali la vedono rubare cibo o causare guai. In tutti i racconti, però, Meg muore di una morte piuttosto macabra: schiacciata contro un muro da un barile. Si trattò di un incidente, di omicidio, o di una delle sue trame subdole andata storta?
Forse Meg praticava la magia nera, o forse usava le erbe per semplici rimedi vecchio stile. Forse era una criminale. O semplicemente era antipatica ad un membro influente della comunità locale che mise gli altri contro di lei. O forse era solo malata, soffriva di una forma di schizofrenia o di demenza, condizioni che possono portare i malati a comportarsi in modi che gli altri possono trovare spaventosi o strani.
C'è anche chi ipotizza che Meg potesse essere l'amante di un signore locale e che il trattamento speciale riservatole da lui avrebbe potuto causare risentimento nei suoi confronti da parte dei vicini, che, come nel caso delle faide delle streghe di Pendle, l'avrebbero quindi accusata di stregoneria per screditarla.
Ma se Meg era una strega, perché fu sepolta in terra consacrata, così vicino a una chiesa?
Se le storie su Meg sono vere, la sua sepoltura è tutt'altro che usuale. Si dice che dopo la sua morte, scavò per uscire da sottoterra in più di un'occasione e fu per evitare ulteriori fughe che venne messa la grossa pietra sopra alla tomba. Il racconto di Meg che risorge dalla tomba scavando per uscire sembra abbastanza fantasiosa, anche se non è del tutto fuori questione che alcune persone possano aver tentato di riesumare il cadavere o di compiere azioni che potrebbero hanno alimentato le storie sulla fuga di Meg.
Nel corso degli anni, diverse tombe scavate in Europa hanno rivelato che i loro occupanti erano stati sepolti a faccia in giù. Questo genere di sepoltura veniva utilizzata come "atto di punizione", indice del fatto che le azioni di quei morti non erano state accettate dalla comunità. Tuttavia, Meg venne sepolta in terra consacrata. Forse, questa ragazza aveva amici o familiari abbastanza influenti nella comunità locale da far sì che, nonostante la natura irrispettosa della sua sepoltura, venisse comunque sepolta in terra sacra.
La tomba di Meg attira ancora oggi grande attenzione e molti abitanti del posto ricordano ancora le storie locali su di lei. Sulla pietra ci sono spesso dei fiori, forse perché le persone che una volta venivano bollate come streghe e talvolta uccise a causa di questo, vengono invece viste oggi con simpatia, viste semplicemente come vittime dell'intolleranza religiosa o dell'incomprensione di problemi medici o come capri espiatori per le disgrazie occorse alle comunità. Ma a differenza di coloro che hanno accusato Meg di stregoneria e di coloro che le hanno dato una sepoltura dignitosa, il nome di Meg Shelton lo conosciamo ancora oggi.
giovedì 3 settembre 2015
238. Fino a prova contraria
E' il 26 Aprile del 1913. E' un sabato mattina. Alle 11:30, Mary Phagan pranza con un pò di pane e del cavolo bollito e saluta sua madre. Quel giorno si terrà il Confederate Memorial Day e lei è già vestita a festa: indossa un vestito color lavanda, un cappello con un nastro e un parasole. Lascia la sua casa spartana a Bellwood alle 11:45 e corre a prendere il tram per Atlanta. E' una ragazzina di 13 anni, Mary Phagan, e lavora in una fabbrica di matite ad Atlanta. Quel giorno, prima dei festeggiamenti, Mary vuole riscuotere il suo salario: 1 dollaro e 20 centesimi, guadagnati nell'unico giorno in cui aveva lavorato durante la settimana. Era rimasta senza lavoro per la maggior parte di quella settimana, perché il materiale necessario al reparto in cui lei lavorava tardava ad arrivare.
Verso mezzogiorno Mary entra in fabbrica e sale al secondo piano, dove si trova l'ufficio del direttore dello stabilimento, Leo Frank, un giovane di 29 anni.
Leo Frank è ebreo. E' cresciuto nel nord, a Brooklyn, e ha studiato alla Cornell University. Dopo un apprendistato in Germania, è approdato ad Atlanta, nella fabbrica di suo zio, e ne è diventato il sovrintendente. Guadagna 120 dollari al mese, uno stipendio di tutto rispetto per il tempo, e si è trasferito con la moglie in un quartiere ebraico borghese. Frank è un uomo esile, del peso di nemmeno 57 chili, più o meno come Mary.
Pochi istanti dopo l'arrivo di Mary, alle 12:05, un'altra delle ragazze che lavorano nello stabilimento, la quattordicenne Monteen Stover, arriva a ritirare la sua paga. Entrambe le ragazze vengono viste da Jim Conley, spazzino afro-americano della società, che se ne sta seduto nell'ombra dietro alla scala del primo piano, vicino all'ascensore e alla scaletta che porta in cantina. Stranamente, anche se è il suo giorno libero, Conley si trova lì, ma nessuna delle due ragazze l'ha notato. Quando Monteen entra nell'ufficio di Leo Frank, Mary non è ancora uscita, ma Monteen non trova nessuno. L'ufficio di Frank è diviso in due parti, una esterna ed una interna. Cercando il suo capo, Monteen vede che l'ufficio esterno è vuoto, così va nell'ufficio interno, ma trova vuoto anche quello. Monteen guarda lungo il corridoio verso le file di macchine della fabbrica, ma tutto è immerso in un silenzio immobile. Così, decide di aspettare. Un'attesa di ben cinque minuti, secondo l'orologio dell'ufficio. Monteen non vede né sente nessuno. Quindi, se ne va per la stessa via da cui è venuta.
(La tempistica esatta della visita di Mary Phagan è stata in séguito contestata, insistendo sul fatto che Monteen era arrivata prima di Mary. Frank stesso dichiarò il 28 aprile che Mary era arrivata fra le 12:05 e le 12:10. Tuttavia, Monteen Stover non aveva trovato nessuno nell'ufficio nel periodo di tempo in cui Mary era lì e Frank disse alla polizia di non aver mai lasciato il suo ufficio dalle 12:00 alle 12:45.)
All'una, Leo Frank lascia la fabbrica per andare a pranzo a casa. Sua moglie e sua suocera, tutte agghindate, sono in attesa di andare al teatro dell'opera di Atlanta, dove si esibirà la Metropolitan Opera di New York nella "Lucia di Lammermoor". Dopo aver mangiato, Frank torna alla fabbrica, mentre la gente di Atlanta si prepara a rendere omaggio ai suoi eroi nel Confederate Memorial Day.
Quasi nessuno lo sa ancora, in quel momento, ma la vita di Mary è già finita da un'ora. Per lei non ci saranno mai più parate, o musica, o baci, o fiori, o amore. Mary Phagan non ha mai lasciato viva la National Pencil Company di Atlanta.
La mattina dopo, intorno alle 3:00, Newt Lee, guardiano notturno della fabbrica, scopre il cadavere di una ragazza nello scantinato.
E' stata picchiata, strangolata e forse violentata. Lee non riesce a raggiungere telefonicamente Leo Frank e chiama la polizia. In un primo momento, la polizia pensa che il corpo coperto di sporcizia sia quello di una giovane donna nera, ma un detective solleva una calza e si rende conto che la vittima è bianca. Un parente di un poliziotto che lavora nella fabbrica viene convocato sulla scena del delitto la domenica mattina presto per identificare il corpo. L'uomo riconosce la sua collega Mary Phagan.
Mary è stata strangolata con un cordone tirato così forte che è penetrato profondamente nel collo della ragazzina. Il corpo di Mary è stato scaricato davanti al forno in cui viene solitamente bruciata la spazzatura della fabbrica.
A causa di una serie di circostanze insolite, i sospetti della polizia cadono inizialmente su Lee, che viene arrestato e interrogato, ma infine rilasciato. Lee dice che Frank lo ha mandato via per due ore quando è arrivato al lavoro nel pomeriggio di Sabato. Venerdì, il giorno prima dell'omicidio, Leo Frank dice al guardiano notturno di venire a lavorare il sabato pomeriggio alle quattro, perché lui vuole andar via intorno a quell'ora in modo da poter partecipare a una partita di baseball con il cognato, il signor Ursenbach. Quando Lee arriva, però, alle quattro, Frank è estremamente nervoso e insiste affinché l'uomo lasci la fabbrica per tornare alle sei. Quando Lee suggerisce che potrebbe semplicemente dormire sul posto per un paio d'ore, Frank gli ripete che deve andarsene.
Quando Lee torna, alle sei, Frank sembra ancora molto nervoso, tanto che fa un salto indietro quando nota che un ex dipendente di nome di Gantt è arrivato più o meno contemporaneamente a Lee. Frank sosterrà poi di essersi semplicemente spaventato, perché Gantt era un omone robusto e lui lo aveva licenziato non molto tempo prima. In realtà, pare che Gantt fosse molto vicino a Mary Phagan e Frank temeva che lui fosse venuto a cercarla.
Newt Lee aveva fatto il suo giro come al solito, quella notte, ma non era sceso nel seminterrato fino alle tre del mattino.
La scena del crimine era ricca di indizi. Fra le altre cose, c'erano due messaggi presumibilmente scritti da Mary durante l'aggressione e ritrovati nella segatura vicino al corpo. Solo successivamente venne dimostrato che non era stata Mary a scrivere quelle parole, che sembravano opera di qualcuno che a malapena sapeva leggere e scrivere. Il linguaggio usato, inoltre, era simile al dialetto afro-americano del sud. Il senso dei messaggi sgrammaticati era:
"Mamma, è stato quel negro che lavora qui sotto a fare questo. Sono andata a fare pipì e lui mi ha spinta giù in quel buco. Era un negro alto e magro che mi picchiava mentre giocava con me.
Lui ha detto che voleva amarmi e per questo è venuto a lavorare qui come guardiano notturno ma quel negro molto alto ha fatto tutto da solo."
Questo il testo, quasi incomprensibile, in lingua originale:
"Mam that negro hire down here did this i went to make water and he push me doun that hole a long tall negro black that hoo it was long sleam tall negro i wright while play with me.
he said he wood love me and land doun play like night witch did it but that long tall black negro did buy his slef."
Le misteriose "note della morte" furono soggette a diverse interpretazioni. Il termine "night witch" (strega della notte) venne interpretato come un riferimento ad uno spauracchio del folklore afro-americano, ma l'uomo nero che trovò il corpo, Newt Lee, ci ha visto subito un chiaro riferimento a se stesso, leggendo le parole come "night watch" (turno di notte). Quando allo spazzino della fabbrica, Jim Conley, fu poi chiesto di scrivere la parola "guardiano notturno", lui senza esitazione scrisse "night witch". Dopo un intenso interrogatorio, Conley ammise alla fine di aver scritto lui i messaggi, ma di averlo fatto per ordine del sovrintendente Leo M. Frank.
Poco distante dal corpo, gli investigatori trovarono anche un fazzoletto insanguinato, una scarpa, alcuni fogli di carta e delle matite. Stranamente, il cappello e il parasole di Mary erano stati gettati nella tromba dell'ascensore. C'erano dei segni che indicavano che il corpo di Mary era stato trascinato nel seminterrato. I segni di trascinamento cominciavano dal vano dell'ascensore.
Entro il 1° maggio, la polizia sospettava per il reato ben cinque uomini diversi. Fra questi, per una serie di motivi, Leo Frank era il principale sospettato, anche se la maggior parte delle prove contro di lui erano circostanziali. L'interesse per il caso crebbe a dismisura, finendo su tutti i giornali, e nel giro di un mese la situazione cambiò radicalmente. Due sospetti (Arthur Mullinex e John Gantt) vennero liberati. Frank e Lee vennero arrestati per l'omicidio e il procuratore Leo Dorsey affrontò nel processo gli avvocati della difesa Luther Rosser e Ruben Arnold. Il processo ebbe inizio il 28 luglio 1913.
Frank affermò di trovarsi nel suo ufficio, al momento dell'omicidio, ma la testimonianza di Monteen Stover, che aveva visitato il suo ufficio alle 12:05 senza trovarlo, lo contraddiceva.
Emerse, oltretutto, che Frank aveva fatto delle avances "irregolari" a diverse colleghe della Phagan.
Il 4 agosto 1913, la testimonianza di Jim Conley scosse visibilmente la giuria. Egli affermò di aver aiutato Frank a spostare il corpo inerte di Mary Phagan nel seminterrato e di aver scritto i messaggi dell'omicidio. La difesa cercò di smontare la storia dell'uomo, ma sebbene Conley ammettesse di aver in precedenza mentito alla polizia, i tentativi dell'avvocato Luther Rosser di mettere sotto accusa la sua testimonianza non riuscì, nonostante sette ore di interrogatorio.
Lo stesso Frank prese la parola, etichettando Jim Conley come un bugiardo, e diede la sua versione storia in toni calmi e miti. Ma non gli servì. Il giudice lo condannò a morte (per impiccagione) il 10 ottobre 1913.
A causa di vari intrallazzi legali, fra cui il rifiuto della richiesta di appello di Leo Frank per un nuovo processo da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, l'esecuzione venne rinviata diverse volte, finché il Governatore della Georgia, John Slaton, commutò la condanna di Frank in ergastolo, il 21 Giugno 1915, sulla base delle raccomandazioni del presidente della Corte e di ulteriori testimonianze. Frank, per sua sicurezza, venne trasferito nella prigione statale di Milledgeville.
La commutazione della pena di Frank, la notte prima che avrebbe dovuto essere impiccato, fece infuriare i georgiani, che decisero di farsi giustizia da soli. Fecero irruzione nella prigione, studiando tutti i particolari con precisione militare: tagliarono le linee telefoniche, bloccarono le guardie, ammanettarono il direttore e sorpresero Frank in pieno sonno. Lo spinsero rapidamente fuori e dopo aver raggiunto Marietta, città di Mary Phagan, impiccarono Frank ad un albero e lo lasciarono lì a morire. Migliaia di persone sono accorse a guardare quel corpo appeso prima che qualcuno lo tirasse giù. Per decenni, le foto del linciaggio sono circolate per tutto il Sud.
Un centinaio di anni dopo la morte di Frank, sembra molto probabile che lui fosse innocente.
C'erano stati dei grossi dubbi fin dall'inizio e molti abitanti del posto avevano chiesto al governatore di perdonare Frank o commutare la sua pena.
Il giudice Leonard Roan, che curò il processo di Frank, scrisse che, anche se aveva respinto la richiesta di un nuovo processo, non poteva dire con assoluta certezza se Frank fosse colpevole o innocente.
Questi dubbi vennero confermati circa 70 anni dopo il processo. Nel 1983, Alonzo Mann - un ex operaio della National Pencil Company, rivelò di aver visto un uomo che portava il corpo di una ragazza la notte in cui la Phagan era stata uccisa e che quell'uomo era Jim Conley, la cui testimonianza era stata la principale prova della colpevolezza di Frank.
Molte delle prove fornite al processo puntavano a Conley. Aveva il movente (rapina) e l'opportunità: ubriaco e indebitato, era in agguato nel pomeriggio del delitto, quando la ragazza uscì dall'ufficio di Frank con la sua paga. 1 dollaro e 20 centesimi.
Storicamente, il caso Frank ha avuto conseguenze per tutto il secolo scorso, perché Leo Frank era ebreo e il suo è stato l'unico linciaggio di un ebreo americano. La morte di Frank fece sentire i suoi effetti sia nel Nord che nel Sud, sia nelle comunità ebraiche che in quelle non ebraiche.
Dopo linciaggio di Frank, circa la metà dei 3.000 ebrei della Georgia lasciarono lo stato.
Molti ebrei americani videro in Frank una vittima delle persecuzioni antisemite.
Due settimane dopo il linciaggio, nell'edizione del 2 settembre 1915 del Jeffersonian, Thomas E. Watson scrisse: "la voce del popolo è la voce di Dio", sfruttando la sensazionalità del controverso processo. Nel 1914, quando Watson aveva iniziato a diffondere il suo messaggio anti-Frank, la circolazione del Jeffersonian aveva raggiunto le 25.000 copie. Dal 2 settembre 1915, il numero era salito a 87.000.
Poco tempo dopo il linciaggio di Leo Frank, 33 membri del gruppo chiamato "I Cavalieri di Mary Phagan" si riunirono su una montagna vicino ad Atlanta e formarono il nuovo Ku Klux Klan della Georgia. Nel frattempo, i membri indignati di una comunità ebraica si incontrarono per creare l'Anti-Defamation League, che aveva come scopo quello di combattere l'antisemitismo.
La vedova di Frank, Lucille, non si risposò. Lavorò al bancone dei guanti del negozio di J.P. Allen e morì il 23 Aprile 1957 per una malattia cardiaca. Nel suo testamento del 1954 aveva chiesto di essere cremata. Prima della sua morte, Lucille aveva chiesto ai membri della sua famiglia di spargere le sue ceneri in un parco di Atlanta, ma un'ordinanza locale lo proibì. Le sue ceneri vennero conservati per sette anni in un'impresa di pompe funebri del luogo fino a quando la sua famiglia le seppellì segretamente, dentro ad una scatola da scarpe, tra le lapidi dei suoi genitori nel cimitero di Oakland, ad Atlanta, a quanto pare preoccupata che un funerale avrebbe potuto provocare un'azione antisemita del locale Ku Klux Klan.
Mary Anne Phagan è sepolta nel cimitero di Marietta. Sulla sua lapide si legge:
"Dormi, bambina; dormi nella tua umile tomba ma se gli angeli sono buoni con te nei regni al di là del travagliato tramonto e delle stelle offuscate, ti faranno sapere che più di un cuore addolorato batte per te in Georgia e più di una lacrima, di occhi non abituati a piangere, ha pagato per te un tributo sacro nelle parole."
Leo Frank riposa nel cimitero di Mount Carmel, a Glendale, nella contea di Queens (New York). Nel 2003, in occasione del 90° anniversario dell'Anti-Defamation League, gli è stato dedicato un memoriale, che si trova vicino all'ingresso principale del cimitero.
Nel 1986, finalmente, lo stato della Georgia perdonò Frank. Lo stato dichiarò che lo stava perdonando perché non era riuscito a proteggerlo dal linciaggio e perché non aveva mai perseguito i suoi assassini.
Verso mezzogiorno Mary entra in fabbrica e sale al secondo piano, dove si trova l'ufficio del direttore dello stabilimento, Leo Frank, un giovane di 29 anni.
Leo Frank è ebreo. E' cresciuto nel nord, a Brooklyn, e ha studiato alla Cornell University. Dopo un apprendistato in Germania, è approdato ad Atlanta, nella fabbrica di suo zio, e ne è diventato il sovrintendente. Guadagna 120 dollari al mese, uno stipendio di tutto rispetto per il tempo, e si è trasferito con la moglie in un quartiere ebraico borghese. Frank è un uomo esile, del peso di nemmeno 57 chili, più o meno come Mary.
Pochi istanti dopo l'arrivo di Mary, alle 12:05, un'altra delle ragazze che lavorano nello stabilimento, la quattordicenne Monteen Stover, arriva a ritirare la sua paga. Entrambe le ragazze vengono viste da Jim Conley, spazzino afro-americano della società, che se ne sta seduto nell'ombra dietro alla scala del primo piano, vicino all'ascensore e alla scaletta che porta in cantina. Stranamente, anche se è il suo giorno libero, Conley si trova lì, ma nessuna delle due ragazze l'ha notato. Quando Monteen entra nell'ufficio di Leo Frank, Mary non è ancora uscita, ma Monteen non trova nessuno. L'ufficio di Frank è diviso in due parti, una esterna ed una interna. Cercando il suo capo, Monteen vede che l'ufficio esterno è vuoto, così va nell'ufficio interno, ma trova vuoto anche quello. Monteen guarda lungo il corridoio verso le file di macchine della fabbrica, ma tutto è immerso in un silenzio immobile. Così, decide di aspettare. Un'attesa di ben cinque minuti, secondo l'orologio dell'ufficio. Monteen non vede né sente nessuno. Quindi, se ne va per la stessa via da cui è venuta.
(La tempistica esatta della visita di Mary Phagan è stata in séguito contestata, insistendo sul fatto che Monteen era arrivata prima di Mary. Frank stesso dichiarò il 28 aprile che Mary era arrivata fra le 12:05 e le 12:10. Tuttavia, Monteen Stover non aveva trovato nessuno nell'ufficio nel periodo di tempo in cui Mary era lì e Frank disse alla polizia di non aver mai lasciato il suo ufficio dalle 12:00 alle 12:45.)
All'una, Leo Frank lascia la fabbrica per andare a pranzo a casa. Sua moglie e sua suocera, tutte agghindate, sono in attesa di andare al teatro dell'opera di Atlanta, dove si esibirà la Metropolitan Opera di New York nella "Lucia di Lammermoor". Dopo aver mangiato, Frank torna alla fabbrica, mentre la gente di Atlanta si prepara a rendere omaggio ai suoi eroi nel Confederate Memorial Day.
Quasi nessuno lo sa ancora, in quel momento, ma la vita di Mary è già finita da un'ora. Per lei non ci saranno mai più parate, o musica, o baci, o fiori, o amore. Mary Phagan non ha mai lasciato viva la National Pencil Company di Atlanta.
La mattina dopo, intorno alle 3:00, Newt Lee, guardiano notturno della fabbrica, scopre il cadavere di una ragazza nello scantinato.
E' stata picchiata, strangolata e forse violentata. Lee non riesce a raggiungere telefonicamente Leo Frank e chiama la polizia. In un primo momento, la polizia pensa che il corpo coperto di sporcizia sia quello di una giovane donna nera, ma un detective solleva una calza e si rende conto che la vittima è bianca. Un parente di un poliziotto che lavora nella fabbrica viene convocato sulla scena del delitto la domenica mattina presto per identificare il corpo. L'uomo riconosce la sua collega Mary Phagan.
Mary è stata strangolata con un cordone tirato così forte che è penetrato profondamente nel collo della ragazzina. Il corpo di Mary è stato scaricato davanti al forno in cui viene solitamente bruciata la spazzatura della fabbrica.
A causa di una serie di circostanze insolite, i sospetti della polizia cadono inizialmente su Lee, che viene arrestato e interrogato, ma infine rilasciato. Lee dice che Frank lo ha mandato via per due ore quando è arrivato al lavoro nel pomeriggio di Sabato. Venerdì, il giorno prima dell'omicidio, Leo Frank dice al guardiano notturno di venire a lavorare il sabato pomeriggio alle quattro, perché lui vuole andar via intorno a quell'ora in modo da poter partecipare a una partita di baseball con il cognato, il signor Ursenbach. Quando Lee arriva, però, alle quattro, Frank è estremamente nervoso e insiste affinché l'uomo lasci la fabbrica per tornare alle sei. Quando Lee suggerisce che potrebbe semplicemente dormire sul posto per un paio d'ore, Frank gli ripete che deve andarsene.
Quando Lee torna, alle sei, Frank sembra ancora molto nervoso, tanto che fa un salto indietro quando nota che un ex dipendente di nome di Gantt è arrivato più o meno contemporaneamente a Lee. Frank sosterrà poi di essersi semplicemente spaventato, perché Gantt era un omone robusto e lui lo aveva licenziato non molto tempo prima. In realtà, pare che Gantt fosse molto vicino a Mary Phagan e Frank temeva che lui fosse venuto a cercarla.
Newt Lee aveva fatto il suo giro come al solito, quella notte, ma non era sceso nel seminterrato fino alle tre del mattino.
La scena del crimine era ricca di indizi. Fra le altre cose, c'erano due messaggi presumibilmente scritti da Mary durante l'aggressione e ritrovati nella segatura vicino al corpo. Solo successivamente venne dimostrato che non era stata Mary a scrivere quelle parole, che sembravano opera di qualcuno che a malapena sapeva leggere e scrivere. Il linguaggio usato, inoltre, era simile al dialetto afro-americano del sud. Il senso dei messaggi sgrammaticati era:
"Mamma, è stato quel negro che lavora qui sotto a fare questo. Sono andata a fare pipì e lui mi ha spinta giù in quel buco. Era un negro alto e magro che mi picchiava mentre giocava con me.
Lui ha detto che voleva amarmi e per questo è venuto a lavorare qui come guardiano notturno ma quel negro molto alto ha fatto tutto da solo."
Questo il testo, quasi incomprensibile, in lingua originale:
"Mam that negro hire down here did this i went to make water and he push me doun that hole a long tall negro black that hoo it was long sleam tall negro i wright while play with me.
he said he wood love me and land doun play like night witch did it but that long tall black negro did buy his slef."
Le misteriose "note della morte" furono soggette a diverse interpretazioni. Il termine "night witch" (strega della notte) venne interpretato come un riferimento ad uno spauracchio del folklore afro-americano, ma l'uomo nero che trovò il corpo, Newt Lee, ci ha visto subito un chiaro riferimento a se stesso, leggendo le parole come "night watch" (turno di notte). Quando allo spazzino della fabbrica, Jim Conley, fu poi chiesto di scrivere la parola "guardiano notturno", lui senza esitazione scrisse "night witch". Dopo un intenso interrogatorio, Conley ammise alla fine di aver scritto lui i messaggi, ma di averlo fatto per ordine del sovrintendente Leo M. Frank.
Poco distante dal corpo, gli investigatori trovarono anche un fazzoletto insanguinato, una scarpa, alcuni fogli di carta e delle matite. Stranamente, il cappello e il parasole di Mary erano stati gettati nella tromba dell'ascensore. C'erano dei segni che indicavano che il corpo di Mary era stato trascinato nel seminterrato. I segni di trascinamento cominciavano dal vano dell'ascensore.
Entro il 1° maggio, la polizia sospettava per il reato ben cinque uomini diversi. Fra questi, per una serie di motivi, Leo Frank era il principale sospettato, anche se la maggior parte delle prove contro di lui erano circostanziali. L'interesse per il caso crebbe a dismisura, finendo su tutti i giornali, e nel giro di un mese la situazione cambiò radicalmente. Due sospetti (Arthur Mullinex e John Gantt) vennero liberati. Frank e Lee vennero arrestati per l'omicidio e il procuratore Leo Dorsey affrontò nel processo gli avvocati della difesa Luther Rosser e Ruben Arnold. Il processo ebbe inizio il 28 luglio 1913.
Frank affermò di trovarsi nel suo ufficio, al momento dell'omicidio, ma la testimonianza di Monteen Stover, che aveva visitato il suo ufficio alle 12:05 senza trovarlo, lo contraddiceva.
Emerse, oltretutto, che Frank aveva fatto delle avances "irregolari" a diverse colleghe della Phagan.
Il 4 agosto 1913, la testimonianza di Jim Conley scosse visibilmente la giuria. Egli affermò di aver aiutato Frank a spostare il corpo inerte di Mary Phagan nel seminterrato e di aver scritto i messaggi dell'omicidio. La difesa cercò di smontare la storia dell'uomo, ma sebbene Conley ammettesse di aver in precedenza mentito alla polizia, i tentativi dell'avvocato Luther Rosser di mettere sotto accusa la sua testimonianza non riuscì, nonostante sette ore di interrogatorio.
Lo stesso Frank prese la parola, etichettando Jim Conley come un bugiardo, e diede la sua versione storia in toni calmi e miti. Ma non gli servì. Il giudice lo condannò a morte (per impiccagione) il 10 ottobre 1913.
A causa di vari intrallazzi legali, fra cui il rifiuto della richiesta di appello di Leo Frank per un nuovo processo da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, l'esecuzione venne rinviata diverse volte, finché il Governatore della Georgia, John Slaton, commutò la condanna di Frank in ergastolo, il 21 Giugno 1915, sulla base delle raccomandazioni del presidente della Corte e di ulteriori testimonianze. Frank, per sua sicurezza, venne trasferito nella prigione statale di Milledgeville.
La commutazione della pena di Frank, la notte prima che avrebbe dovuto essere impiccato, fece infuriare i georgiani, che decisero di farsi giustizia da soli. Fecero irruzione nella prigione, studiando tutti i particolari con precisione militare: tagliarono le linee telefoniche, bloccarono le guardie, ammanettarono il direttore e sorpresero Frank in pieno sonno. Lo spinsero rapidamente fuori e dopo aver raggiunto Marietta, città di Mary Phagan, impiccarono Frank ad un albero e lo lasciarono lì a morire. Migliaia di persone sono accorse a guardare quel corpo appeso prima che qualcuno lo tirasse giù. Per decenni, le foto del linciaggio sono circolate per tutto il Sud.
Un centinaio di anni dopo la morte di Frank, sembra molto probabile che lui fosse innocente.
C'erano stati dei grossi dubbi fin dall'inizio e molti abitanti del posto avevano chiesto al governatore di perdonare Frank o commutare la sua pena.
Il giudice Leonard Roan, che curò il processo di Frank, scrisse che, anche se aveva respinto la richiesta di un nuovo processo, non poteva dire con assoluta certezza se Frank fosse colpevole o innocente.
Questi dubbi vennero confermati circa 70 anni dopo il processo. Nel 1983, Alonzo Mann - un ex operaio della National Pencil Company, rivelò di aver visto un uomo che portava il corpo di una ragazza la notte in cui la Phagan era stata uccisa e che quell'uomo era Jim Conley, la cui testimonianza era stata la principale prova della colpevolezza di Frank.
Molte delle prove fornite al processo puntavano a Conley. Aveva il movente (rapina) e l'opportunità: ubriaco e indebitato, era in agguato nel pomeriggio del delitto, quando la ragazza uscì dall'ufficio di Frank con la sua paga. 1 dollaro e 20 centesimi.
Storicamente, il caso Frank ha avuto conseguenze per tutto il secolo scorso, perché Leo Frank era ebreo e il suo è stato l'unico linciaggio di un ebreo americano. La morte di Frank fece sentire i suoi effetti sia nel Nord che nel Sud, sia nelle comunità ebraiche che in quelle non ebraiche.
Dopo linciaggio di Frank, circa la metà dei 3.000 ebrei della Georgia lasciarono lo stato.
Molti ebrei americani videro in Frank una vittima delle persecuzioni antisemite.
Due settimane dopo il linciaggio, nell'edizione del 2 settembre 1915 del Jeffersonian, Thomas E. Watson scrisse: "la voce del popolo è la voce di Dio", sfruttando la sensazionalità del controverso processo. Nel 1914, quando Watson aveva iniziato a diffondere il suo messaggio anti-Frank, la circolazione del Jeffersonian aveva raggiunto le 25.000 copie. Dal 2 settembre 1915, il numero era salito a 87.000.
Poco tempo dopo il linciaggio di Leo Frank, 33 membri del gruppo chiamato "I Cavalieri di Mary Phagan" si riunirono su una montagna vicino ad Atlanta e formarono il nuovo Ku Klux Klan della Georgia. Nel frattempo, i membri indignati di una comunità ebraica si incontrarono per creare l'Anti-Defamation League, che aveva come scopo quello di combattere l'antisemitismo.
La vedova di Frank, Lucille, non si risposò. Lavorò al bancone dei guanti del negozio di J.P. Allen e morì il 23 Aprile 1957 per una malattia cardiaca. Nel suo testamento del 1954 aveva chiesto di essere cremata. Prima della sua morte, Lucille aveva chiesto ai membri della sua famiglia di spargere le sue ceneri in un parco di Atlanta, ma un'ordinanza locale lo proibì. Le sue ceneri vennero conservati per sette anni in un'impresa di pompe funebri del luogo fino a quando la sua famiglia le seppellì segretamente, dentro ad una scatola da scarpe, tra le lapidi dei suoi genitori nel cimitero di Oakland, ad Atlanta, a quanto pare preoccupata che un funerale avrebbe potuto provocare un'azione antisemita del locale Ku Klux Klan.
Mary Anne Phagan è sepolta nel cimitero di Marietta. Sulla sua lapide si legge:
"Dormi, bambina; dormi nella tua umile tomba ma se gli angeli sono buoni con te nei regni al di là del travagliato tramonto e delle stelle offuscate, ti faranno sapere che più di un cuore addolorato batte per te in Georgia e più di una lacrima, di occhi non abituati a piangere, ha pagato per te un tributo sacro nelle parole."
Leo Frank riposa nel cimitero di Mount Carmel, a Glendale, nella contea di Queens (New York). Nel 2003, in occasione del 90° anniversario dell'Anti-Defamation League, gli è stato dedicato un memoriale, che si trova vicino all'ingresso principale del cimitero.
Nel 1986, finalmente, lo stato della Georgia perdonò Frank. Lo stato dichiarò che lo stava perdonando perché non era riuscito a proteggerlo dal linciaggio e perché non aveva mai perseguito i suoi assassini.
mercoledì 2 settembre 2015
237. Ridings House
Nella contea di Monroe, appena al di fuori della città di Aberdeen, in Mississippi, si trova la casa dei Ridings, una bella casa vittoriana, costruita nel 1876 da Henry Ridings (16 dicembre 1864 - 17 dicembre 1880) sulla proprietà di suo padre, David Ridings. La casa venne costruita per Mr. Ridings e la sua nuova sposa, Alice Florence Ridings (18 febbraio 1864 - 17 dicembre 1880). I due si sposarono il 9 luglio del 1877 e il 3 agosto 1878 ebbero una figlia di nome Creola.
Nella casa accaddero 3 avvenimenti terribili. Il primo si verificò il 17 dicembre del 1880, quando David Ridings si svegliò nel cuore della notte per scoprire che la casa di suo figlio era in fiamme. Si pensava che Henry e famiglia fossero fuori città, lontani dal pericolo. Ma una volta spento il fuoco, si scoprì che il signor Ridings (25 anni), la moglie Alice (16 anni) e la figlia Creola (2 anni) erano stati colpiti con un'ascia e che qualcuno aveva versato del kerosene sui corpi, dandogli fuoco. Due giorni dopo gli omicidi, l'assassino, Alvin McKanna, venne catturato a pochi chilometri di distanza da una folla inferocita (polizia compresa) e trascinato a casa Ridings. Dopo aver confessato i suoi crimini, l'uomo fu subito impiccato ad un albero accanto alla casa. La corda, però, si ruppe prima che lui fosse morto e la folla lo prese e lo bruciò vivo.
Circa due anni dopo la tragedia dei Ridings, la casa fu acquistata e riparata dal Sig. D.C. Arrington e da sua moglie Charlotte. Già all'epoca girava la voce che la casa fosse infestata e numerose erano le testimonianze di diversi passanti che sostenevano di aver visto candele accese alle finestre della casa disabitata. Gli Arrington erano di Memphis, pertanto era probabile che fossero a conoscenza delle tragedie che avevano avuto luogo nella casa. Il signor Arrington era un banchiere molto rispettato e la vita nella loro nuova casa era iniziata meravigliosamente. Nel corso dei successivi 8 anni, gli Arrington ebbero tre figli: Jack, morto di influenza da bambino, Margaret e Deloris. La notte dell'11 giugno 1895 la polizia venne convocata alla residenza Arrington, perché il signor Arrington era stato visto buttarsi di sotto dal tetto della casa. Quando i poliziotti entrarono in casa, la scena che gli si parò davanti fu orrenda. I corpi di Charlotte Arrington e delle bambine, Margaret e Deloris, erano stati fatti a pezzi e sparsi per la casa. Si ritiene che il signor Arrington avesse ucciso la moglie e le figlie prima di suicidarsi, gettandosi dal tetto.
In casa vennero rinvenute le tracce di una sorta di rituale demoniaco praticato dal signor Arrington. Questo fu uno shock per le persone che lo conoscevano, perché era noto come un uomo molto religioso. Molti credono ancora oggi che gli spiriti dei Ridings o l'omicidio di Alvin McKanna avessero a che fare con la tragedia degli Arrington, che in qualche modo i terribili eventi passati avessero preso il sopravvento sulla mente e sul corpo del signor Arrington.
Il 20° secolo ha visto la casa cambiare diversi proprietari e restare vuota anche per lunghi periodi. I documenti della contea mostrano che la maggior parte delle persone vissute nella casa sono rimaste solo per un paio di anni e si sono inoltre verificati diversi decessi, anche se nessuno di natura sospetta. Nel corso degli anni la casa è caduta in rovina, in uno stato di completo abbandono. I residenti più anziani non vogliono avere nulla a che fare con la casa e, anzi, vorrebbero che venisse abbattuta. I nuovi proprietari, invece, dichiarano di voler restiture all'abitazione la sua gloria originale, cercando di liberarla dal suo passato, ma sono anche convinti che la casa sia infestata, sebbene inizialmente non ci abbiano creduto. Hanno comprato la casa dai precedenti proprietari, che ci hanno vissuto solo per 14 mesi e sono partiti lasciando lì tutte le loro cose. Gli ex proprietari sono rimasti uccisi in un incendio nella loro nuova residenza in Texas.
L'energia spirituale all'interno di questa casa è reale ed è stata documentata da diversi esperti. La casa, attualmente, resta vuota e abbandonata. E' in vendita da quasi 5 anni.
I Ridings sono sepolti nel cimitero Pine Grove, a Bigbee, nella contea di Monroe, sotto una tripla lapide con su scritto:
"We've Murdered il 17 Dicembre 1880"
("Siamo stati assassinati il 17 dicembre 1880)
Nella casa accaddero 3 avvenimenti terribili. Il primo si verificò il 17 dicembre del 1880, quando David Ridings si svegliò nel cuore della notte per scoprire che la casa di suo figlio era in fiamme. Si pensava che Henry e famiglia fossero fuori città, lontani dal pericolo. Ma una volta spento il fuoco, si scoprì che il signor Ridings (25 anni), la moglie Alice (16 anni) e la figlia Creola (2 anni) erano stati colpiti con un'ascia e che qualcuno aveva versato del kerosene sui corpi, dandogli fuoco. Due giorni dopo gli omicidi, l'assassino, Alvin McKanna, venne catturato a pochi chilometri di distanza da una folla inferocita (polizia compresa) e trascinato a casa Ridings. Dopo aver confessato i suoi crimini, l'uomo fu subito impiccato ad un albero accanto alla casa. La corda, però, si ruppe prima che lui fosse morto e la folla lo prese e lo bruciò vivo.
Circa due anni dopo la tragedia dei Ridings, la casa fu acquistata e riparata dal Sig. D.C. Arrington e da sua moglie Charlotte. Già all'epoca girava la voce che la casa fosse infestata e numerose erano le testimonianze di diversi passanti che sostenevano di aver visto candele accese alle finestre della casa disabitata. Gli Arrington erano di Memphis, pertanto era probabile che fossero a conoscenza delle tragedie che avevano avuto luogo nella casa. Il signor Arrington era un banchiere molto rispettato e la vita nella loro nuova casa era iniziata meravigliosamente. Nel corso dei successivi 8 anni, gli Arrington ebbero tre figli: Jack, morto di influenza da bambino, Margaret e Deloris. La notte dell'11 giugno 1895 la polizia venne convocata alla residenza Arrington, perché il signor Arrington era stato visto buttarsi di sotto dal tetto della casa. Quando i poliziotti entrarono in casa, la scena che gli si parò davanti fu orrenda. I corpi di Charlotte Arrington e delle bambine, Margaret e Deloris, erano stati fatti a pezzi e sparsi per la casa. Si ritiene che il signor Arrington avesse ucciso la moglie e le figlie prima di suicidarsi, gettandosi dal tetto.
In casa vennero rinvenute le tracce di una sorta di rituale demoniaco praticato dal signor Arrington. Questo fu uno shock per le persone che lo conoscevano, perché era noto come un uomo molto religioso. Molti credono ancora oggi che gli spiriti dei Ridings o l'omicidio di Alvin McKanna avessero a che fare con la tragedia degli Arrington, che in qualche modo i terribili eventi passati avessero preso il sopravvento sulla mente e sul corpo del signor Arrington.
Il 20° secolo ha visto la casa cambiare diversi proprietari e restare vuota anche per lunghi periodi. I documenti della contea mostrano che la maggior parte delle persone vissute nella casa sono rimaste solo per un paio di anni e si sono inoltre verificati diversi decessi, anche se nessuno di natura sospetta. Nel corso degli anni la casa è caduta in rovina, in uno stato di completo abbandono. I residenti più anziani non vogliono avere nulla a che fare con la casa e, anzi, vorrebbero che venisse abbattuta. I nuovi proprietari, invece, dichiarano di voler restiture all'abitazione la sua gloria originale, cercando di liberarla dal suo passato, ma sono anche convinti che la casa sia infestata, sebbene inizialmente non ci abbiano creduto. Hanno comprato la casa dai precedenti proprietari, che ci hanno vissuto solo per 14 mesi e sono partiti lasciando lì tutte le loro cose. Gli ex proprietari sono rimasti uccisi in un incendio nella loro nuova residenza in Texas.
L'energia spirituale all'interno di questa casa è reale ed è stata documentata da diversi esperti. La casa, attualmente, resta vuota e abbandonata. E' in vendita da quasi 5 anni.
I Ridings sono sepolti nel cimitero Pine Grove, a Bigbee, nella contea di Monroe, sotto una tripla lapide con su scritto:
"We've Murdered il 17 Dicembre 1880"
("Siamo stati assassinati il 17 dicembre 1880)
236. Problemi di coppia
Nel cimitero di Key West si trova la tomba piuttosto famosa Austin Francis Griffin (29 novembre 1864 - 6 ottobre 1907) e Celestina "Tina" Griffin (22 giugno 1862 - 6 ottobre 1907), marito e moglie, morti in circostanze tragiche. Austin e Tina erano nati entrambi nelle Bahamas ed erano poi immigrati a Key West, in Florida. Si erano sposati nel 1886. Col passare degli anni, però, il loro rapporto si deteriorò e nel 1907 Tina decise di separarsi dal marito. Lui tuttavia si rifiutò di lasciare la loro casa, pretendendo la metà della proprietà. La mattina del 6 ottobre 1907, Austin andò dalla moglie per raggiungere un accordo, ma lei si rifiutò di parlargli, così, in preda ad un raptus di follia, Austin prese il suo revolver e le sparò dietro alla testa, mentre era intenta a far colazione seduta al tavolo. Tina morì sul colpo. Lui le sopravvisse di un'ora appena, suicidandosi tramite l'ingestione di acido fenico.
Stranamente, i due sono stati sepolti uno di fianco all'altra e condividono la stessa lapide.
Stranamente, i due sono stati sepolti uno di fianco all'altra e condividono la stessa lapide.
martedì 1 settembre 2015
235. Petit Jean
Secondo una vecchia leggenda dell'Arkansas lo spirito triste di una giovane e bella donna si aggira tra le rocce in cima alla parete est della Petit Jean Mountain. Sulla Petit Jean Mountain si trova anche il Petit Jean State Park, uno dei posti più popolari dell'Arkansas.
La montagna offre un paesaggio spettacolare, con cascate, esempi d'arte antica dei nativi americani e una vasta gamma di siti storici. Ma l'attrazione più visitata è forse la tomba della donna dalla quale la montagna prende il nome.
Una delle leggende più amate dell'Arkansas narra proprio la storia di questa giovane ragazza francese del 18° secolo di nome Petit Jean. Secondo la leggenda, Petit Jean si imbarcò su una nave francese per seguire il suo amore, il gentiluomo Chavet, fino in America.
Quando lei scoprì, infatti, che il suo fidanzato progettava di esplorare la Louisiana, si tagliò i capelli, si travestì da ragazzo e riuscì a trovare lavoro come mozzo a bordo della nave. Riuscì a sopravvivere al viaggio e alla spedizione, ma durante l'esplorazione, una volta raggiunta la zona della montagna, la giovane donna si ammalò. Sul letto di morte lei stessa rivelò la sua vera identità al fidanzato, ma gli sforzi di Chavet e dei suoi uomini non valsero a salvarla. La sua ultima richiesta fu quella di essere portata in cima alla montagna e di essere sepolta lì, ma col nome con cui tutti l'avevano conosciuta durante la spedizione, "Little John".
Il piccolo tumulo di terra e pietre si trova ancora oggi lassù, fra le rocce, circondato da un recinzione di ferro. Lungo una passerella, ci sono delle targhe che raccontano la storia di Jean Petit e delle prime esplorazioni francesi nell'Arkansas River Valley.
La leggenda vuole che il suo fantasma si muova silenziosamentedi notte sulla cima della montagna e che strane luci appaiano intorno alla sua tomba.
La vera storia di Petit Jean non è nota, ma alcune recenti ricerche storiche suggeriscono che Petit Jean non fosse una ragazza, ma un commerciante francese. Indipendentemente dalla leggenda, tutti concordano sul fatto che il nome di Petit Jean sia legato ai tempi del primo insediamento francese in Arkansas.
La montagna offre un paesaggio spettacolare, con cascate, esempi d'arte antica dei nativi americani e una vasta gamma di siti storici. Ma l'attrazione più visitata è forse la tomba della donna dalla quale la montagna prende il nome.
Una delle leggende più amate dell'Arkansas narra proprio la storia di questa giovane ragazza francese del 18° secolo di nome Petit Jean. Secondo la leggenda, Petit Jean si imbarcò su una nave francese per seguire il suo amore, il gentiluomo Chavet, fino in America.
Quando lei scoprì, infatti, che il suo fidanzato progettava di esplorare la Louisiana, si tagliò i capelli, si travestì da ragazzo e riuscì a trovare lavoro come mozzo a bordo della nave. Riuscì a sopravvivere al viaggio e alla spedizione, ma durante l'esplorazione, una volta raggiunta la zona della montagna, la giovane donna si ammalò. Sul letto di morte lei stessa rivelò la sua vera identità al fidanzato, ma gli sforzi di Chavet e dei suoi uomini non valsero a salvarla. La sua ultima richiesta fu quella di essere portata in cima alla montagna e di essere sepolta lì, ma col nome con cui tutti l'avevano conosciuta durante la spedizione, "Little John".
Il piccolo tumulo di terra e pietre si trova ancora oggi lassù, fra le rocce, circondato da un recinzione di ferro. Lungo una passerella, ci sono delle targhe che raccontano la storia di Jean Petit e delle prime esplorazioni francesi nell'Arkansas River Valley.
La leggenda vuole che il suo fantasma si muova silenziosamentedi notte sulla cima della montagna e che strane luci appaiano intorno alla sua tomba.
La vera storia di Petit Jean non è nota, ma alcune recenti ricerche storiche suggeriscono che Petit Jean non fosse una ragazza, ma un commerciante francese. Indipendentemente dalla leggenda, tutti concordano sul fatto che il nome di Petit Jean sia legato ai tempi del primo insediamento francese in Arkansas.
234. Una strega buona
L'Old Burying Yard di York Harbor, nel Maine, è un piccolo cimitero ad ovest del centro della città. E' qui che si trova la tomba di Mary Nasson, moglie di Samuel Nasson, che una leggenda locale vuole essere una strega.
La signora Nasson era un'esperta erborista molto rispettata nella comunità ed era anche abile nello svolgere esorcismi. Insomma, era una "strega buona". L'incisione che adorna la parte superiore della lapide è presumibilmente il suo ritratto. La tomba della signora Nasson è resa strana dal fatto che presenta due lapidi, una sulla testa e l'altra sui piedi, e una lunga e pesante lastra di pietra posta fra loro, che copre per intero il terreno sul suo corpo.
In realtà, come spiegato nei registri del cimitero, il signor Nasson inserì la lastra per evitare che gli animali danneggiassero la tomba, mettendosi a scavare. Ma secondo la leggenda, la pietra è stata messa lì per evitare che Mary potesse uscire da sotto terra. Qualunque sia la ragione per cui la lasctra si trova lì, è degno di nota comunque il fatto che la tomba di Mary sia l'unica tomba di questo tipo presente nel cimitero: nessun'altra tomba, né precedente né successiva, presenta quel tipo di "protezione".
La tomba della signora Nasson è da tutti conosciuta come "tomba della strega" e si dice anche che sia infestata.
Pare che la lastra emetta addirittura calore. Come se non bastasse, la gente crede che i corvi che frequentano il cimitero in estate e che si concentrano intorno alla tomba siano in realtà i "famigli" di Mary, che ancora vanno a farle visita per renderle omaggio.
L'iscrizione sulla lapide recita:
"Qui giace completamente libera
dalla dolorosa cura della vita,
Una moglie amorevole
Una cara tenera genitrice
Abbattuta nel bel mezzo dei giorni
Come si può vedere
Ma arrestati, mio dolore
Ben presto sarò uguale
quando la morte fermerà il mio respiro
e finirà il mio tempo
Dio conceda che la mia polvere
possa mescolarsi, quindi, con la tua.
Sacra alla memoria della Signora Mary Nasson, moglie del Signor Samuel Nasson, che lasciò questa vita il 18 Agosto 1774, all'età di 29 anni."
La seconda lapide, quella più piccola, in cima alla quale era inciso un angelo, è andata ormai perduta: ancora presente nelle foto del 2006, sparisce in quelle 2011.
La leggenda di Mary risale al 19° secolo, ma gli abitanti del posto la conoscono bene e molti sono pronti a giurare che lo spirito di Mary si aggiri ancora nel cimitero e per la cittadina, regalando fiori ai bambini che incontra e spingendoli mentre dondolano sulle altalene.
La signora Nasson era un'esperta erborista molto rispettata nella comunità ed era anche abile nello svolgere esorcismi. Insomma, era una "strega buona". L'incisione che adorna la parte superiore della lapide è presumibilmente il suo ritratto. La tomba della signora Nasson è resa strana dal fatto che presenta due lapidi, una sulla testa e l'altra sui piedi, e una lunga e pesante lastra di pietra posta fra loro, che copre per intero il terreno sul suo corpo.
In realtà, come spiegato nei registri del cimitero, il signor Nasson inserì la lastra per evitare che gli animali danneggiassero la tomba, mettendosi a scavare. Ma secondo la leggenda, la pietra è stata messa lì per evitare che Mary potesse uscire da sotto terra. Qualunque sia la ragione per cui la lasctra si trova lì, è degno di nota comunque il fatto che la tomba di Mary sia l'unica tomba di questo tipo presente nel cimitero: nessun'altra tomba, né precedente né successiva, presenta quel tipo di "protezione".
La tomba della signora Nasson è da tutti conosciuta come "tomba della strega" e si dice anche che sia infestata.
Pare che la lastra emetta addirittura calore. Come se non bastasse, la gente crede che i corvi che frequentano il cimitero in estate e che si concentrano intorno alla tomba siano in realtà i "famigli" di Mary, che ancora vanno a farle visita per renderle omaggio.
L'iscrizione sulla lapide recita:
"Qui giace completamente libera
dalla dolorosa cura della vita,
Una moglie amorevole
Una cara tenera genitrice
Abbattuta nel bel mezzo dei giorni
Come si può vedere
Ma arrestati, mio dolore
Ben presto sarò uguale
quando la morte fermerà il mio respiro
e finirà il mio tempo
Dio conceda che la mia polvere
possa mescolarsi, quindi, con la tua.
Sacra alla memoria della Signora Mary Nasson, moglie del Signor Samuel Nasson, che lasciò questa vita il 18 Agosto 1774, all'età di 29 anni."
La seconda lapide, quella più piccola, in cima alla quale era inciso un angelo, è andata ormai perduta: ancora presente nelle foto del 2006, sparisce in quelle 2011.
La leggenda di Mary risale al 19° secolo, ma gli abitanti del posto la conoscono bene e molti sono pronti a giurare che lo spirito di Mary si aggiri ancora nel cimitero e per la cittadina, regalando fiori ai bambini che incontra e spingendoli mentre dondolano sulle altalene.
lunedì 31 agosto 2015
233. "Vittime. Non lo siamo tutti?"
Brandon Bruce Lee (李國豪T, Lǐ GuóháoP; Oakland, 1° febbraio 1965 – Wilmington, 31 marzo 1993) nasce ad Oakland, in California, il 1° febbraio del 1965, primogenito dei due figli di Bruce Lee e di Linda Emery (nota in seguito come Cadwell, cognome ricevuto dal suo terzo marito, Bruce Cadwell). Suo padre è di origine cinese, mentre sua madre è di origini svedesi ed inglesi. Tre mesi dopo la nascita di Brandon, i Lee si trasferiscono dapprima a Los Angeles ed in séguito, nel 1971, a causa degli impegni lavorativi del padre, ad Hong Kong, all'epoca ancora una colonia britannica, dove il giovane Brandon impara il cantonese.
Nonostante un'infanzia piuttosto tranquilla, a 8 anni, Brandon deve fare i conti con la tragica morte del padre. A séguito della tragedia, assieme a sua madre e sua sorella Shannon, torna negli Stati Uniti d'America, trasferendosi a Seattle, città natale di Linda (e dove Bruce Lee viene sepolto) e poi a Los Angeles, nel sobborgo di Rolling Hills.
Brandon frequenta la scuola superiore presso la prestigiosa Chadwick School ma viene espulso per insubordinazione tre mesi prima del diploma, riuscendo poi comunque a conseguirlo. Terminati gli studi, inizia ad interessarsi alla recitazione e nel 1983 si iscrive all'Emerson College di Boston. Dopo un anno, si sposta a New York e diviene membro dell'American New Theatre, gruppo teatrale fondato dal regista, nonché suo amico, John Lee Hancock. Il giovane Brandon, che già da bambino ha iniziato a praticare le arti marziali sotto la guida del padre, continua a prendere lezioni da Dan Inosanto, uno dei più grandi allievi di Bruce Lee, studiando, tra i vari stili, il Jeet Kune Do, arte sviluppata dal suo noto genitore.
Nel 1985 Brandon fa ritorno a Los Angeles e nello stesso anno esordisce nel mondo cinematografico, ottenendo una piccola parte in "The Crime Killer" di George Pan-Andreas, nel ruolo di un gangster. Nel 1986, mentre lavora come impiegato presso la Ruddy/Morgan Production di Los Angeles, conosce Lyn Stalmaster, direttore del casting, che, dopo un provino, lo sceglie per una parte nella film TV "Kung Fu: The Movie", nei panni del personaggio di Chung Wang, figlio di Kwai Chang Caine, interpretato da David Carradine. Il film è ispirato alla serie televisiva degli anni settanta "Kung Fu" alla quale avrebbe dovuto partecipare il padre Bruce nei panni del protagonista Caine, ruolo affidato invece a Carradine.
Nello stesso anno Brandon si reca ad Hong Kong per le riprese del suo primo film da protagonista, "Legacy of Rage". Nel 1987 interpreta Johnny Caine in "Kung Fu: The Next Generation", seguito di "Kung Fu: The Movie". Brandon fa poi un'apparizione nella serie televisiva "Ohara" (1988), interpretando Kenji, figlio di un boss della Yakuza. Recita successivamente in "Laser Mission" (1990), registrato in Sudafrica nel 1988.
Nel 1991, è co-protagonista assieme a Dolph Lundgren in "Resa dei conti a Little Tokyo", film che non riscuote il successo sperato, ma che permette a Brandon di firmare un contratto con la 20th Century Fox. Nel 1992 interpreta lo studente Jake Lo in "Drago d'acciaio", in cui Brandon partecipa anche alla realizzazione delle coreografie. Per questo film si reca in tour promozionale anche a Roma, dove viene intervistato dallo sceneggiatore ed esperto di cinema kung-fu Lorenzo De Luca, già autore di alcuni libri sul padre. Parte di quell'intervista è udibile nel documentario "L'urlo di Chen terrorizza ancora l'Occidente" del 2010, realizzato dallo stesso De Luca.
Nonostante sia divenuto celebre nell'ambiente del cinema di arti marziali, Brandon è ancora insoddisfatto a livello professionale e il continuo accostamento mediatico alla figura del padre lo rende sempre più demotivato. Lui stesso definisce "stupidi" i film d'azione girati fino a quel momento e, a sua detta, ha avuto modo di farli solamente perché è il figlio di Bruce Lee. Per questo l'attore si rifiuta da quel momento di recitare in altri film del genere, sperando di trovare un ruolo in cui non conti solamente l'azione.
Nel 1993, il giovane attore viene scelto per interpretare Eric Draven nel film "Il Corvo" ("The Crow") di Alex Proyas, basato sul fumetto omonimo. Questo è l'unico film in cui finalmente l'attore non deve fare sfoggio di arti marziali e per lui è una notevole soddisfazione personale, non sopportando il fatto di essere etichettato come il "figlio di Bruce Lee" e deciso a dimostrare che lui è diverso da suo padre. "Il Corvo" lo rende famoso in tutto il globo, ma, ironia della sorte, gli costa la vita. Brandon viene ferito erroneamente da un colpo di pistola mentre sta effettuando le riprese... Ma come andarono davvero le cose?
Beh... Prendete un’arma, una 44 magnum, tanto per non scherzare. Non c’è nulla di strano a trovarla sul set, perché tutti sanno che nelle scene di un film, dove c’è un conflitto a fuoco, dove qualcuno spara, si usano pistole vere. Piuttosto, dentro, si mettono pallottole finte, quelle che in gergo si chiamano “dummies”.
Non è un problema che preoccupa la troupe, il regista, e tanto meno gli attori, perché ci pensa l’esperto d’armi pagato dalla produzione.
Solo che quel giorno, per risparmiare sulle spese, l’esperto, Jim Moyer, l’hanno mandato a casa prima dell’ultimo ciak, dove il copione dice che Funboy (interpretato da Michael Massee) prende la mira e fa fuoco su Eric Draven, il protagonista del film.
Proprio una bella idea, quella di risparmiare sul budget, facendo a meno del tizio che controlla caricatore e carrello, cartucce e grilletto. Se ne sarebbero andati almeno cento dollari di straordinario! Il problema è che qualcuno, il giorno prima, ha maneggiato la 44, ha pure incastrato un colpo in canna senza rendersene conto. Poi ha ricaricato con le dummies, ma non preparate dal tecnico. Sono andati a comprare pallottole vere, gli hanno levato il proiettile per buttare la polvere da sparo e poi ce l’hanno rimesso. Anche qui il budget ci ha guadagnato qualche dollaro.
E’ il 31 marzo 1993, e la scena si svolge negli studi di Wilmington, Nord Carolina. Sono passate otto settimane dall’inizio della lavorazione, e mancano otto giorni prima di chiudere tutto e passare al montaggio. Il titolo del film l’hanno già deciso, “Il Corvo”, ma il suo protagonista, Brandon Lee, non ci sarà alla prima, a prendersi critiche e applausi, a godersi il meritato successo. Non ci sarà a vedere il film da lui interpretato trasformarsi in un cult mondiale.
"…Lo vidi crollare, con un lamento. Il foro del proiettile mi parve perfettamente simulato e il sangue era forse fin troppo abbondante, ma nel complesso la scena era riuscita a meraviglia e dopo aver gridato 'stop' dissi che ne avremmo girata un'altra, più che altro per sicurezza".
È quello che racconta agli investigatori Alex Projas, il regista del film. E quando la troupe, gli attori e tutti quelli che stanno sul set cominciano a muoversi, preparandosi al nuovo ciak, Brandon Lee rimane immobile, a terra.
"Pensai che avesse voglia di scherzare, anche se la cosa era piuttosto strana perché sul lavoro Brandon era di una professionalità e di una serietà estrema, ma visto che non si muoveva, mi avvicinai a lui. Notai che la macchia di sangue continuava ad allargarsi. Troppo liquido rossastro, per essere solo quello contenuto nel piccolo contenitore di plastica che Brandon avrebbe dovuto rompere simulando il ferimento e la caduta. Mi chinai, toccai con il dito quel liquido. Era tiepido e denso, come sangue...”.
Non era previsto che le cose andassero così. Michael Massee, l’attore che impersonava Funboy, doveva sparare all’addome di Eric Draven, da una distanza di circa cinque metri. Fingendo d’essere colpito, Eric sarebbe allora caduto a terra azionando un dispositivo nascosto sotto la camicia e facendo così scoppiare una piccola sacca, colma di un liquido rosso e vischioso.
Ma Brandon Lee continua a non muoversi, e allora si capisce che è successo qualcosa di grave. C’è Eliza Hutton, l’assistente di studio, che inizia a gridare. Grida perché ha paura, ma grida soprattutto perché lei, quel ragazzo, con una macchia di sangue che si allarga sulla camicia, lo deve sposare tra pochi giorni. Poi tutti cercano di soccorrerlo, di tamponare la ferita.
Arriva l’ambulanza, che parte con le sirene spiegate verso il New Hanover Regional Medical Center, poi dritto in sala operatoria. Ma non c’è nulla da fare, perché un frammento di proiettile gli ha trapassato l’addome, lacerando organi e vasi sanguigni e causando un’emorragia inarrestabile.
Sul referto dell’autopsia lo si legge chiaro: “GSW of abdomen”, dove GSW sta per "gunshot wound", ferita d’arma da fuoco.
Un dramma incomprensibile, una leggerezza inaccettabile. Soprattutto perchè Brandon, morto a soli 28 anni, era figlio della leggenda delle arti marziali, quel Bruce Lee scomparso nel 1973, che pure se n’era andato giovane, a 32 anni, con una morte che aveva lasciato molti dubbi.
Dopo una giornata di lavoro, era crollato dopo aver preso un farmaco antidolorifico, qualcosa per il mal di testa, a base di aspirina, che gli aveva procurato una reazione allergica, fino ad un edema cerebrale acuto. Un fatto certamente possibile, ma di sicuro non frequente.
E allora non erano stati in pochi a sostenere l’ipotesi dell’omicidio camuffato da incidente. Magari c’era dietro la mafia cinese, perché lo “Hei Shou Dang”, il Partito della Mano Nera, non aveva mai accettato che un orientale come Bruce familiarizzasse in modo così palese con gli “americani”, fino a diventarne un idolo.
Il 3 aprile del 1993 Brandon Lee viene sepolto nel cimitero di Lake View, nella tomba di famiglia, accanto al padre. Sulla sua lapide, si legge:
"Brandon
Bruce Lee
Feb. 1, 1965
Mar. 31, 1993
'Because we don't know when we will die, we get to think of life as an inexhaustible well. Yet everything happens a certain number of times, and a very small number, really. How many more times will you remember a certain afternoon of your childhood, some afternoon that's so deeply a part of your being that you can't even conceive of your life without it? Perhaps four or five time more. Perhaps not even that. How many times will you watch the full moon rise? Perhaps twenty. And yet it all seems limitless.'
For Brandon and Eliza
'Ever Joined in True Love's Beauty'."
('Siccome noi non sappiamo quando moriremo, arriviamo a pensare alla vita come un inesauribile pozzo. Eppure tutto accade un certo numero di volte, ed è un numero molto piccolo, davvero. Quante altre volte ti ricorderai di un determinato pomeriggio della tua infanzia, qualche pomeriggio che è così profondamente parte del tuo essere che non riesci neanche a immaginare la tua vita senza di esso? Forse quattro o cinque volte. Forse nemmeno quelle. Quante volte guarderai il sorgere della luna piena? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limiti. ')
“Il Corvo” l’avevano terminato utilizzando le riprese già effettuate e grazie ad un abile montaggio, con l'aggiunta di un costo di 8 milioni di dollari. In totale vennero spesi 15 milioni di dollari per creare il film. Alla sua uscita, Il corvo ebbe un successo enorme, sia di pubblico che di critica, incassando ben 170 milioni di dollari. Ma Brandon Lee non lo seppe mai. Lui non c'era. Un incidente? Un delitto ? Cosa sappiamo veramente della morte di Brandon Lee?
Sappiamo che Michael Massee, alias Funboy, fu totalmente scagionato. Lui non sapeva che l’arma fosse letale.
Sappiamo che la pellicola di una telecamera che riprendeva la scena dello sparo è scomparsa. Proprio quella dell’inquadratura migliore, quella che avrebbe potuto far luce sulla dinamica dei fatti.
Sappiamo che la produzione offrì alla famiglia della vittima un cospicuo risarcimento, e questo pose fine ad ogni ulteriore indagine.
Sappiamo che cento dollari di spese sul budget, alla voce “straordinari”, probabilmente sarebbero stati soldi ben spesi.
Nonostante un'infanzia piuttosto tranquilla, a 8 anni, Brandon deve fare i conti con la tragica morte del padre. A séguito della tragedia, assieme a sua madre e sua sorella Shannon, torna negli Stati Uniti d'America, trasferendosi a Seattle, città natale di Linda (e dove Bruce Lee viene sepolto) e poi a Los Angeles, nel sobborgo di Rolling Hills.
Brandon frequenta la scuola superiore presso la prestigiosa Chadwick School ma viene espulso per insubordinazione tre mesi prima del diploma, riuscendo poi comunque a conseguirlo. Terminati gli studi, inizia ad interessarsi alla recitazione e nel 1983 si iscrive all'Emerson College di Boston. Dopo un anno, si sposta a New York e diviene membro dell'American New Theatre, gruppo teatrale fondato dal regista, nonché suo amico, John Lee Hancock. Il giovane Brandon, che già da bambino ha iniziato a praticare le arti marziali sotto la guida del padre, continua a prendere lezioni da Dan Inosanto, uno dei più grandi allievi di Bruce Lee, studiando, tra i vari stili, il Jeet Kune Do, arte sviluppata dal suo noto genitore.
Nel 1985 Brandon fa ritorno a Los Angeles e nello stesso anno esordisce nel mondo cinematografico, ottenendo una piccola parte in "The Crime Killer" di George Pan-Andreas, nel ruolo di un gangster. Nel 1986, mentre lavora come impiegato presso la Ruddy/Morgan Production di Los Angeles, conosce Lyn Stalmaster, direttore del casting, che, dopo un provino, lo sceglie per una parte nella film TV "Kung Fu: The Movie", nei panni del personaggio di Chung Wang, figlio di Kwai Chang Caine, interpretato da David Carradine. Il film è ispirato alla serie televisiva degli anni settanta "Kung Fu" alla quale avrebbe dovuto partecipare il padre Bruce nei panni del protagonista Caine, ruolo affidato invece a Carradine.
Nello stesso anno Brandon si reca ad Hong Kong per le riprese del suo primo film da protagonista, "Legacy of Rage". Nel 1987 interpreta Johnny Caine in "Kung Fu: The Next Generation", seguito di "Kung Fu: The Movie". Brandon fa poi un'apparizione nella serie televisiva "Ohara" (1988), interpretando Kenji, figlio di un boss della Yakuza. Recita successivamente in "Laser Mission" (1990), registrato in Sudafrica nel 1988.
Nel 1991, è co-protagonista assieme a Dolph Lundgren in "Resa dei conti a Little Tokyo", film che non riscuote il successo sperato, ma che permette a Brandon di firmare un contratto con la 20th Century Fox. Nel 1992 interpreta lo studente Jake Lo in "Drago d'acciaio", in cui Brandon partecipa anche alla realizzazione delle coreografie. Per questo film si reca in tour promozionale anche a Roma, dove viene intervistato dallo sceneggiatore ed esperto di cinema kung-fu Lorenzo De Luca, già autore di alcuni libri sul padre. Parte di quell'intervista è udibile nel documentario "L'urlo di Chen terrorizza ancora l'Occidente" del 2010, realizzato dallo stesso De Luca.
Nonostante sia divenuto celebre nell'ambiente del cinema di arti marziali, Brandon è ancora insoddisfatto a livello professionale e il continuo accostamento mediatico alla figura del padre lo rende sempre più demotivato. Lui stesso definisce "stupidi" i film d'azione girati fino a quel momento e, a sua detta, ha avuto modo di farli solamente perché è il figlio di Bruce Lee. Per questo l'attore si rifiuta da quel momento di recitare in altri film del genere, sperando di trovare un ruolo in cui non conti solamente l'azione.
Nel 1993, il giovane attore viene scelto per interpretare Eric Draven nel film "Il Corvo" ("The Crow") di Alex Proyas, basato sul fumetto omonimo. Questo è l'unico film in cui finalmente l'attore non deve fare sfoggio di arti marziali e per lui è una notevole soddisfazione personale, non sopportando il fatto di essere etichettato come il "figlio di Bruce Lee" e deciso a dimostrare che lui è diverso da suo padre. "Il Corvo" lo rende famoso in tutto il globo, ma, ironia della sorte, gli costa la vita. Brandon viene ferito erroneamente da un colpo di pistola mentre sta effettuando le riprese... Ma come andarono davvero le cose?
Beh... Prendete un’arma, una 44 magnum, tanto per non scherzare. Non c’è nulla di strano a trovarla sul set, perché tutti sanno che nelle scene di un film, dove c’è un conflitto a fuoco, dove qualcuno spara, si usano pistole vere. Piuttosto, dentro, si mettono pallottole finte, quelle che in gergo si chiamano “dummies”.
Non è un problema che preoccupa la troupe, il regista, e tanto meno gli attori, perché ci pensa l’esperto d’armi pagato dalla produzione.
Solo che quel giorno, per risparmiare sulle spese, l’esperto, Jim Moyer, l’hanno mandato a casa prima dell’ultimo ciak, dove il copione dice che Funboy (interpretato da Michael Massee) prende la mira e fa fuoco su Eric Draven, il protagonista del film.
Proprio una bella idea, quella di risparmiare sul budget, facendo a meno del tizio che controlla caricatore e carrello, cartucce e grilletto. Se ne sarebbero andati almeno cento dollari di straordinario! Il problema è che qualcuno, il giorno prima, ha maneggiato la 44, ha pure incastrato un colpo in canna senza rendersene conto. Poi ha ricaricato con le dummies, ma non preparate dal tecnico. Sono andati a comprare pallottole vere, gli hanno levato il proiettile per buttare la polvere da sparo e poi ce l’hanno rimesso. Anche qui il budget ci ha guadagnato qualche dollaro.
E’ il 31 marzo 1993, e la scena si svolge negli studi di Wilmington, Nord Carolina. Sono passate otto settimane dall’inizio della lavorazione, e mancano otto giorni prima di chiudere tutto e passare al montaggio. Il titolo del film l’hanno già deciso, “Il Corvo”, ma il suo protagonista, Brandon Lee, non ci sarà alla prima, a prendersi critiche e applausi, a godersi il meritato successo. Non ci sarà a vedere il film da lui interpretato trasformarsi in un cult mondiale.
"…Lo vidi crollare, con un lamento. Il foro del proiettile mi parve perfettamente simulato e il sangue era forse fin troppo abbondante, ma nel complesso la scena era riuscita a meraviglia e dopo aver gridato 'stop' dissi che ne avremmo girata un'altra, più che altro per sicurezza".
È quello che racconta agli investigatori Alex Projas, il regista del film. E quando la troupe, gli attori e tutti quelli che stanno sul set cominciano a muoversi, preparandosi al nuovo ciak, Brandon Lee rimane immobile, a terra.
"Pensai che avesse voglia di scherzare, anche se la cosa era piuttosto strana perché sul lavoro Brandon era di una professionalità e di una serietà estrema, ma visto che non si muoveva, mi avvicinai a lui. Notai che la macchia di sangue continuava ad allargarsi. Troppo liquido rossastro, per essere solo quello contenuto nel piccolo contenitore di plastica che Brandon avrebbe dovuto rompere simulando il ferimento e la caduta. Mi chinai, toccai con il dito quel liquido. Era tiepido e denso, come sangue...”.
Non era previsto che le cose andassero così. Michael Massee, l’attore che impersonava Funboy, doveva sparare all’addome di Eric Draven, da una distanza di circa cinque metri. Fingendo d’essere colpito, Eric sarebbe allora caduto a terra azionando un dispositivo nascosto sotto la camicia e facendo così scoppiare una piccola sacca, colma di un liquido rosso e vischioso.
Ma Brandon Lee continua a non muoversi, e allora si capisce che è successo qualcosa di grave. C’è Eliza Hutton, l’assistente di studio, che inizia a gridare. Grida perché ha paura, ma grida soprattutto perché lei, quel ragazzo, con una macchia di sangue che si allarga sulla camicia, lo deve sposare tra pochi giorni. Poi tutti cercano di soccorrerlo, di tamponare la ferita.
Arriva l’ambulanza, che parte con le sirene spiegate verso il New Hanover Regional Medical Center, poi dritto in sala operatoria. Ma non c’è nulla da fare, perché un frammento di proiettile gli ha trapassato l’addome, lacerando organi e vasi sanguigni e causando un’emorragia inarrestabile.
Sul referto dell’autopsia lo si legge chiaro: “GSW of abdomen”, dove GSW sta per "gunshot wound", ferita d’arma da fuoco.
Un dramma incomprensibile, una leggerezza inaccettabile. Soprattutto perchè Brandon, morto a soli 28 anni, era figlio della leggenda delle arti marziali, quel Bruce Lee scomparso nel 1973, che pure se n’era andato giovane, a 32 anni, con una morte che aveva lasciato molti dubbi.
Dopo una giornata di lavoro, era crollato dopo aver preso un farmaco antidolorifico, qualcosa per il mal di testa, a base di aspirina, che gli aveva procurato una reazione allergica, fino ad un edema cerebrale acuto. Un fatto certamente possibile, ma di sicuro non frequente.
E allora non erano stati in pochi a sostenere l’ipotesi dell’omicidio camuffato da incidente. Magari c’era dietro la mafia cinese, perché lo “Hei Shou Dang”, il Partito della Mano Nera, non aveva mai accettato che un orientale come Bruce familiarizzasse in modo così palese con gli “americani”, fino a diventarne un idolo.
Il 3 aprile del 1993 Brandon Lee viene sepolto nel cimitero di Lake View, nella tomba di famiglia, accanto al padre. Sulla sua lapide, si legge:
"Brandon
Bruce Lee
Feb. 1, 1965
Mar. 31, 1993
'Because we don't know when we will die, we get to think of life as an inexhaustible well. Yet everything happens a certain number of times, and a very small number, really. How many more times will you remember a certain afternoon of your childhood, some afternoon that's so deeply a part of your being that you can't even conceive of your life without it? Perhaps four or five time more. Perhaps not even that. How many times will you watch the full moon rise? Perhaps twenty. And yet it all seems limitless.'
For Brandon and Eliza
'Ever Joined in True Love's Beauty'."
('Siccome noi non sappiamo quando moriremo, arriviamo a pensare alla vita come un inesauribile pozzo. Eppure tutto accade un certo numero di volte, ed è un numero molto piccolo, davvero. Quante altre volte ti ricorderai di un determinato pomeriggio della tua infanzia, qualche pomeriggio che è così profondamente parte del tuo essere che non riesci neanche a immaginare la tua vita senza di esso? Forse quattro o cinque volte. Forse nemmeno quelle. Quante volte guarderai il sorgere della luna piena? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limiti. ')
“Il Corvo” l’avevano terminato utilizzando le riprese già effettuate e grazie ad un abile montaggio, con l'aggiunta di un costo di 8 milioni di dollari. In totale vennero spesi 15 milioni di dollari per creare il film. Alla sua uscita, Il corvo ebbe un successo enorme, sia di pubblico che di critica, incassando ben 170 milioni di dollari. Ma Brandon Lee non lo seppe mai. Lui non c'era. Un incidente? Un delitto ? Cosa sappiamo veramente della morte di Brandon Lee?
Sappiamo che Michael Massee, alias Funboy, fu totalmente scagionato. Lui non sapeva che l’arma fosse letale.
Sappiamo che la pellicola di una telecamera che riprendeva la scena dello sparo è scomparsa. Proprio quella dell’inquadratura migliore, quella che avrebbe potuto far luce sulla dinamica dei fatti.
Sappiamo che la produzione offrì alla famiglia della vittima un cospicuo risarcimento, e questo pose fine ad ogni ulteriore indagine.
Sappiamo che cento dollari di spese sul budget, alla voce “straordinari”, probabilmente sarebbero stati soldi ben spesi.
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